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Idee

Autonomia battaglia di libertà: come restituire il potere di decidere ai cittadini e alle comunità

Giancarlo Galli, deputato nella IX, X e XI legislatura, dopo aver partecipato alla presentazione del nostro programma di governo al Megawatt di Milano, ci invia questa nota che volentieri pubblichiamo.

‘La libertà è come la verità: si conquista; e quando si è conquistata, per conservarla si riconquista; e quando mutano gli eventi e si evolvono gli istituti, per adattarla si riconquista.’ (Luigi Sturzo)

La battaglia per la autonomia è una battaglia per la libertà. Autonomia è, infatti, l'altro nome che noi diamo alla libertà di scelta dei cittadini e all'autogoverno delle comunità locali o, se si preferisce, del territorio (Miglio: "non si dà territorio senza istituzioni politiche"). In questa prospettiva, possiamo senz'altro affermare che la autonomia è "una bandiera della modernità" (Alici).

Il nuovo paradigma e le tasse

La questione delle tasse sembra dominare la campagna elettorale. Il dibattito si concentra su questioni certamente importanti: l’IMU, il suo eventuale dimezzamento, ecc. Bisogna avere il coraggio e la lucidità di andare al cuore del problema e riproporre limiti insuperabili alla azione e all'intervento dello Stato in materia fiscale, affrontando due nodi cruciali:

1) La questione di un limite costituzionale alla pressione tributaria complessiva;

2) Il ruolo del cittadino che deve essere, entro certi limiti, padrone dell’imposta.

La necessità di porre un limite costituzionale alla imposizione fiscale è stata una battaglia di Miglio (cfr congresso della Lega ad Assago). Non solo: il cittadino deve poter essere, in qualche misura, "padrone della imposta" (Antonini). C'è uno spazio di autonomia, di libera scelta che può e deve essere perimetrato e salvaguardato. In particolare, il cittadino contribuente dovrebbe poter decidere:

1) una percentuale o quota da destinare al comune per particolari finalità sociali o territoriale;

2) Una quota da destinare alle iniziative sociali o culturali, consolidando il modello "cinque per mille";

3) Una quota da destinare al finanziamento della politica. La questione è decisiva anche per la vita democratica. Il finanziamento pubblico dei partiti o gruppi politici, erogato esclusivamente a livello centrale, fa sì che la organizzazione locale o periferica dei partiti sia priva di autonomia finanziaria. Si tratta di un profilo non secondario del centralismo statale e partitico: per questo i partiti della seconda repubblica non sono figli del territorio, ma colonizzatori del territorio. In altri termini, i cittadini devono poter decidere se dare i soldi pubblici a quale partito ed a quale livello: centrale, regionale o locale.

I comuni e l’autonomia perduta

Nel corso dell'ultimo ventennio, nell'epoca in cui al massimo di federalismo predicato ha fatto da contraltare il massimo di centralismo realizzato, i comuni sono stati letteralmente massacrati. Non solo sono senza soldi, ma si ritrovano ad operare con un carico spaventoso di vincoli, limiti, adempimenti burocratici, ecc. Si può capire che bisogna tirare la cinghia. Ma se non si possono avere soldi, occorre che almeno sia assicurata la libertà, ossia un grado significativo di autonomia finanziaria e decisionale. Se venisse promulgata oggi la legge fascista sulla finanza locale porterebbe una ventata di libertà quasi rivoluzionaria. Al centralismo statale si aggiunge il neocentralismo regionale. Tutti legiferano (legge chiama legge) ponendo a carico dei comuni vincoli, limiti, adempimenti, impegni, procedure: come se la "salita politica" fosse possibile anche con il freno a mano tirato. Così, la vita nei comuni diventa faticosa, lenta, sempre sospesa perché in potenziale contrasto con qualche norma o normetta.

Il pasticcio delle province

In questo contesto si individua un problema di fondo: il rapporto tra comuni e regione nel quale si inserisce il problema della provincia. Il rapporto comuni-provincia-regione è decisivo

NOTA: Il 6 marzo 1975 il consiglio regionale della Lombardia approvò tre leggi:
-la istituzione dei "comprensori";
-la nuova disciplina urbanistica e delle aree protette;
-la promozione di forme di aggregazione dei comuni.
Il fatto, ormai del tutto dimenticato, rivestiva (e tuttora riveste) un significato politico e simbolico di grande importanza. Esprime la consapevolezza, sicuramente acuta e vitale in quel torno di tempo, che i problemi dell'ente intermedio, della programmazione economica e territoriale nonché del superamento della frammentazione comunale (la crisi di dimensione!) costituiscono tre aspetti di un unico problema.
Ora, questo complesso di questioni non solo ha costituito uno dei punti più importanti del dibattito della regione Lombardia allo "stato nascente", ma a ben vedere, rappresenta ancora oggi il vero nodo da affrontare e da sciogliere. Dopo 40 anni di che cosa stiamo, infatti, discutendo? Degli stessi problemi! Stiamo ragionando intorno all'ente intermedio (che si chiami "provincia", "area vasta" o "cantone"), ai suoi confini, alla sua natura e funzioni, e, da ultimo, ma non per ultimo, ci stiamo arrovellando per cercare una via democratica (o non autoritaria) al superamento della frammentazione comunale.

Come ripete De Rita da oltre vent'anni, il problema dell'Italia non è la devolution ,ma la "devolution della devolution "ossia il rapporto tra la regione ed i livelli sub regionali (che non sono riconducibili ai soli enti locali, ma che riguardano il complesso delle autonomie funzionali, in primis camera di commercio ed università). Si tratta certamente di un tema complesso e controverso. Ma la esigenza di ridurre le spesa pubblica e di semplificare i livelli di governo senza mortificare le autonomie locali porta a configurare la provincia come il "governo di insieme dei comuni " che affrontano, a livello superiore, i pochi ma fondamentali temi che non possono essere affrontati singolarmente , quali ambiente, territorio e servizi pubblici locali di area vasta.

Per conseguire questo risultato non era e non è necessario pasticciare sui confini alla ricerca di una fantomatica” area vasta” (il nome dice tutto: "latitudine" che non significa niente: senza territorio, senza storia, senza legittimazione democratica e senza soldi. Una brutta copia della vecchia provincia. Un perfetto ente inutile). Per questo basta (e avanza) trasformare la Provincia da ente di spesa in ente di coordinamento e indirizzo, da livello di governo che "fa" (e quindi spende) in livello che " fa fare"(promuove e coordina l’attività di altri]

La regione: verso un federalismo regionale. La Negoziazione come metodo

Che cosa richiede, in ultima analisi, la ‘crisi’ della provincia? Niente di meno che una “nuova” Regione, ossia la ricerca ed attuazione di un vero federalismo regionale. La lettura dei bisogni di un territorio deve rappresentare uno sforzo comune e convergente di regione ed enti locali. E, dal momento che per definizione, i bisogni sono infiniti mentre le risorse sono limitate, appare più che mai necessario trovare un nuovo metodo, una nuova forma di concertazione tra regione ed enti locali. ll metodo non può che essere quello tipico del federalismo: la negoziazione.

E' quindi necessario che la regione abbandoni, per esempio, la metodologia dei bandi. Niente bandi, niente lotterie più o meno truccate, niente costose aspettative e burocrazie, ma confronto e co-decisione tra regione e comuni a partire dalla analisi dei bisogni del territorio sino alla individuazione delle risorse disponibili e delle soluzioni possibili.

In questo contesto, occorre trovare una modalità in grado di far partecipare i comuni alla vita delle regioni. Miglio prevedeva una consulta di sindaci presso la presidenza della regione con parere vincolante. Il professor Barbera, dialogando con lo stesso Miglio (Gianfranco Miglio e Augusto Barbera, federalismo e secessione,1997) proponeva di istituire una Camera regionale dei comuni dando vita in breve, all'interno delle singole regioni ad una sorta di bicameralismo ineguale. "Una cosa è certa: la partecipazione delle autonomie locali e delle autonomie funzionali (camera di commercio ed università) al governo della regione non può essere un mero auspicio tipico della campagna elettorale, né un rito da sbrigare come formalità vuota.

Fine dei partiti fine della democrazia? Il nuovo orizzonte: la democrazia deliberativa

È in atto una profonda trasformazione del partito politico. Come ha scritto De Rita, i partiti si "sfarinano trasformandosi in tribù ad personam legate dal solo vincolo della convenienza e di una appartenenza priva di qualsiasi spinta ideale". Conseguentemente diventano irrilevanti i luoghi istituzionali a partire dai consigli comunali, provinciali e regionali dove la politica dovrebbe trovare la propria sede naturale di dibattito e di decisione. Occorre un nuovo orizzonte capace di colmare il vuoto ed il deficit democratico e di prospettare una nuova forma di partecipazione: la democrazia deliberativa.

La democrazia deliberativa non è il referendum; è più del referendum perché consiste nel promuovere una deliberazione di massa, nel creare le condizioni in cui la gente possa dedicarsi seriamente e riflettere su determinate e rilevanti questione di interesse pubblico. Il dibattito teorico è nato e maturato negli Stati Uniti, ma rappresenta anche per noi una grande opportunità (diversi autorevoli commentatori, Amato, Mannheimer, Alici, spingono in questa direzione). Bisogna rilanciare una sorta di fase costituente dal basso. A partire dai comuni e dagli statuti comunali ri-orientati a questo nuovo tipo di partecipazione diretta alle scelte. In questo contesto, i partiti possono recuperare il loro ruolo di interpreti dei bisogni e di proposta, restituendo lo scettro al principe, al cittadino elettore che è messo nelle condizioni di conoscere e deliberare.

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