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In America Trump si gioca tutto sulla riforma fiscale

Nonostante la retorica con cui ha sedotto un elettorato frastornato dalla vertiginosa accelerazione della storia in questo scorcio di secolo, dalla sua elezione Donald J. Trump ha inanellato un’umiliante sfilza di fallimenti senza riuscire a invertire le politiche di Obama come promesso ai supporters.

Il muro con il Messico è diventato materia di barzellette; l’abbandono del NAFTA si è tramutato in un negoziato sulla sua modifica in senso più liberista; la Border Tax che doveva favorire le imprese americane e colpire le importazioni ha trovato indegna sepoltura; un manipolo di altissimi consiglieri dall’eminenza grigiastra Bannon allo sbiadito capo dello staff Priebus sono stati messi alla porta; il licenziamento del capo dell’FBI Comey ha dato la stura ad una perniciosa indagine su possibili collusioni con la Russia; e infine i tentativi di azzerare o mutilare la riforma sanitaria di Obama sono clamorosamente falliti per le defezioni di illustri senatori repubblicani come l’ex candidato alla Presidenza John Mc Cain.

In politica estera la crisi con la Corea del Nord ha assunto connotati grotteschi con minacce e tweet inconsulti che però enfatizzano solo il senso di impotenza. I successi sul fronte interno si limitano alla nomina di Neil Gorsich, eminente magistrato e fine giurista conservatore alla Corte Suprema; il divieto di entrata negli USA dei cittadni di alcuni paesi prevalentemente islamici (dopo che le Corti ne avevano cassato le prime versioni); il via libera al gasdotto Keystone per portare il petrolio dal Canada e dalle pianure centrali allo sbocco nel Golfo del Messico.

Di altre misure i risultati sono abbastanza controversi. Ad esempio il ripudio del TTP, un tratto commerciale con i paesi asiatici (esclusa la Cina) in realtà appare un autogol politico perché spalanca alla Cina ampie praterie per scalzare il ruolo economico degli USA nel Pacifico. Oppure l’abbandono del Cop21, il trattato internazionale per ridurre il riscaldamento globale. Oppure ancora la rimozione degli ostacoli all’uso del carbone nella produzione elettrica.

Come un pugile intontito dai colpi per colmo dell’ironia Trump si è messo ad inciuciare con i leader della minoranza democratica sull’abolizione del tetto al debito pubblico in cambio di un vago impegno a finanziare il muro al confine col Messico. Questo accordo ha reso lividi i suoi supporters più intransigenti, come quelli dei Tea Party e i vecchi reaganiani che lo hanno massacrato pubblicamente con critiche velenose.

In realtà Trump ancora non è riuscito a coprire i posti dei funzionari pubblici di nomina presidenziale nei vari ministeri ed enti. Per esempio al Dipartimento della Giustizia quasi metà delle posizioni è ancora scoperta e quindi i provvedimenti si arenano anzi nemmeno arrivano alla linea di partenza.

Per ritrovare la rotta di quella nave senza timone che è diventata l’amministrazione Trump, dopo mesi di lavori e limature, Casa Bianca e partito repubblicano hanno presentato un riforma fiscale abbastanza ambiziosa. I repubblicani sentono un bruciante odore di sconfitta alla elezioni parlamentari del 2018 e quindi sono alla ricerca di un tema che faccia riguadagnare i consensi. Puntando ad un tema popolare sperano di far dimenticare il dilettantismo e il pressapochismo di un personaggio con indubbie capacità comunicative per l’elettorato meno sofisticato, ma che sta diventando una zavorra politica.

Questa riforma ha due indubbi pregi: a) abbassa le imposte su reddito di impresa dal 35% al 20% e b) semplifica l’imposizione per i redditi individuali riducendo da sette a tre gli scaglioni, abbassando le aliquote per quasi tutti i contribuenti ed eliminando una pletora di farraginose deduzioni ed esenzioni. Questa riforma però senza tagli alle spese farebbe deragliare i conti pubblici, già in cattiva salute, e sicuramente attirerà le reazioni furibonde di quanti, come la lobby del mattone o le ONG, vedono colpiti i propri orticelli e sono pronti a scatenare eserciti di lobbisti. Senza contare la reazione della sinistra intransigente sanderista che brandirà come una clava la narrativa secondo cui il nuovo regime fiscale favorisce gli esecrati “ricchi”.

Il destino di questa riforma, la più profonda dai tempi di Reagan, si deciderà durante estenuanti maratone parlamentari e sordidi negoziati lontano dalla luce dei riflettori, per cui è difficile prevedere che testo partorirà il Congresso. Ma gli effetti non saranno limitati agli USA. I mercati globali sono attaccati da novembre alla speranza che l’economia americana trovi un nuovo slancio grazie ai tagli di imposte, per cui, se queste aspettative dovessero naufragare nei marosi della Washington politica, la fiducia degli investitori subirebbe un colpo durissimo. E quel colpo si propagherebbe per il resto del mondo trascinando nel gorgo le economie deboli, Italia in primis.

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