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Agricoltura / Esteri

“Aiutiamoli a casa loro” - Opportunità per riformare la UE e trasformare un problema in una grande opportunità.

La minaccia può diventare opportunità. Come riformare le nostre politiche commerciali e contribuire allo sviluppo, nostro e di altri paesi.

di Roberto Peel

*su Open_Esteri gli articoli dei partecipanti del gruppo Esteri di Energie per l'Italia. Segui il dibattito.*

Nell'immaginario collettivo l'Africa è luogo di povertà, teatro di guerre e punto di partenza di immgrazione verso l'Europa. Inoltre l'Africa , usualmente considerato nelle sue fattezze continentali piuttosto che nelle singolarità dei paesi che la compongono, viene usata come terra da cui estrarre risorse naturali a basso costo a volte senza considerare gli effetti collaterali di tali attività nel lungo periodo.

In effetti, gli stati che si affacciano sul bacino del Mediterraneo e quelli dell'Africa sub-sahariana si caratterizzano per instabilità, spesso regimi autocratici e corrotti, con relativa esclusione di buona parte della popolazione, non solo dalla possibilità di scegliere i propri rappresentanti, ma anche dai ciricuiti della crescita economica e da quelle istituzioni, come la proprietà, che incentivano lo sviluppo dello stato di diritto e a istituzione inclusive, sia economicamente che politicamente.

L'Unione Europea ha adottato nel tempo una serie di politiche volte alla cooperazione e allo sviluppo che, nonostante l'introduzione di condizionalità alla governance di alcuni progetti comuni rivolta agli stati riceventi, di fatto continua a non favorire lo sviluppo di un settore privato, in particolare, per gli strati più bassi della poplazione. A questo possiamo aggiungere che queste politiche di assistenza si pongono in modo poco coerente rispetto ad altre costosissime politiche comunitarie come la PAC, la politica agricola comune che ancora copre circa il 40% del budget dell'UE a supporto di meno del 5% della popolazione europea tra l'altro concentrati soprattutto in alcuni paesi.

Tali politiche, sebbene di recente attentuate negli effetti, infatti, abbassano i prezzi internazionali dei prodotti agricoli rendendo diseconomico la produzione nei paesi più poveri che più avrebbero la necessità e la possibilità di sviluppare il loro settore agricolo e, con esso, l'organizzazione della proprietà e degli incentivi allo sviluppo economico e sociale.

La Ue consente l'accesso dei prodotti agricoli non lavorati  dai paesi ACP ( Africa-Caraibi-Pacifico) senza dazi o tariffe ma le nuove sfide demografiche e la necessità di incenitvare la produttività rendono queste aperture insuffucienti

In effetti, le politiche commerciali, delegate dagli stati membri alla UE, hanno di recente ridotto i dazi a prodotti quali, ad esempio, la produzione di caffè, ma mantiene ancora alti i dazi verso la lavorazione di tali prodotti agricoli a vantaggio dei trasformatori con sede in un paese UE. 

Considerando che molti dei migranti, spesso illegali, che arrivano in Italia vengono adoperati per la raccolta dei pomodori o di altre lavorazioni agricole a bassissimo costo e senza badare alle loro condizioni lavorative e di vita ci si chiede perchè quegli stessi migranti non possano lavorare in agricoltura nei loro paesi d'origine incentivati nella sicurezza di costrurie qualcosa per se e per le loro famiglie. Evidentemente le distorsioni prodotte dalle politiche commerciali protezioniste e di assistenza allo sviluppo, che però non raggiungono gli strati bassi della popolazione, non solo a causa delle poltiiche UE, bisogna ricordarlo, spingono molti a cercare fortuna lontano da casa.

“Aiutarli a casa loro” siginifica, allora, riformare le politiche commerciali protezioniste dell'UE, a cui molti interessi, di pochi ma ben rappresentati, e partiti politici, anche italiani, non vogliono rinunciare.  Siginifica capire che, anche dal punto di vista imprenditoriale, ci sarebbero moltissime opportunità di sviluppo non solo per i paesi africani ma anche per quelli europei se tali politiche protezionistiche venissero cambiate.

Paesi come la Cina hanno già compreso da tempo le potenzialità del continente africano e stanno investendo in moltissimi paesi costruendo infrastrutture e creando insediamenti industriali delocalizzati in cui i costi di produzioni sono più bassi rispetto ai crescenti costi di produzione della stessa Cina.

Se s'intende affrontare la questione immigrazione senza il fatalismo diffuso dei tempi recenti e, allo stesso tempo, andando oltre alle questioni stringenti della sicurezza e della gestione interna dei flussi è necessario puntare sul commercio e l'impresa, due elementi unici e fondamentali per lo sviluppo dell'Occidente e dell'Europa anche verso questo continente a noi vicino. Bisogna superare i retaggi coloniali e mercantilistici del passato e cercare degli interlocutori con cui fare non solo affari ma anche con cui scambiare idee per il futuro e con cui intrecciare buoni rapporti di vicinato.

Cose semplici, si dirà, forse troppo, che, però, al momento mancano del tutto dall'orizzonte politico.

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