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Ricostruire la fiducia verso merito e competenze

Ricostruire la fiducia verso merito e competenze
Pubblichiamo la postfazione di Stefano Parisi al volume “Popolo ed élite. Come ricostruire la fiducia nelle competenze”, a cura della Associazione Amici di Marco Biagi (Marsilio, 2020).

Vladimir Putin, intervistato a giugno del 2019 dal direttore del «Financial Times», Lionel Barber, alla domanda sulla reazione popolare contro le élite, rispondeva prendendo ad esempio il tema dell’immigrazione. «Le élite al potere si sono allontanate dal popolo. Quando il problema dell’immigrazione ha raggiunto un punto critico, molti nostri partner occidentali hanno ammesso che il multiculturalismo non è efficace e che gli interessi della popolazione locale vanno presi in considerazione». E più avanti: «I sostenitori dell’idea liberale non stanno facendo nulla. Dicono tutto va bene. Sono seduti nei loro accoglienti uffici, mentre coloro che affrontano i problemi non sono contenti». Nella stessa intervista affermava che quella russa è una vera democrazia mentre quelle occidentali non lo sono.

In queste poche battute ci sono molti elementi che aiutano a capire il perché della crisi delle élite. E il tema dell’immigrazione certamente è quello che meglio si adatta alla comprensione del fenomeno. Dice il vero Putin quando afferma che le élite occidentali hanno sottovalutato il fenomeno migratorio. Si sono beate dell’opzione multiculturale immaginando un mondo aperto, senza confini, dove le culture diverse si mescolano in una nuova opportunità di apertura sociale per l’intera dimensione occidentale. Le élite hanno d’altronde eliminato i simboli e le tradizioni dei loro popoli considerandole segno di arretratezza culturale. Hanno rinunciato alla difesa delle nostre radici giudaico cristiane per non offendere le altre religioni. Hanno chiuso gli occhi di fronte alle barbarie civili compiute dalle culture islamiche, mentre sfilavano nelle capitali delle nostre città, saldando multiculturalismo e difesa dei diritti. Lo hanno fatto dall’alto della loro superiorità civile e culturale, condannando come razzista qualunque episodio di tensione sociale avvenuto nelle periferie della fallita integrazione, ben lontane dai loro quartieri esclusivi. Ma dice il falso Putin quando ci fa credere di non essere élite, quando dice che la Russia è una vera democrazia perché lui è eletto direttamente dal popolo e non come da noi in Occidente dove i nostri leader sono scelti dal partito al potere. Ed evita di spiegare la sua soluzione al problema. Risolve tutto atteggiandosi a capo del popolo ma non certo offrendo soluzioni ai problemi della nostra epoca che tanto malessere hanno creato nel nostro mondo occidentale. Ma, soprattutto, ancor più delle risposte di Putin, paradigmatica della crisi delle élite è la reazione di Lionel Barber. Nulla. Silenzio. Putin era intervistato nei suoi accoglienti uffici al Cremlino. Il popolo russo è privato di un sistema di informazione libera, all’opposizione non sono assicurate le garanzie democratiche, qualunque forma di opposizione è repressa.

Putin Governa la Russia da più di vent’anni, vincendo elezioni con percentuali che sfiorano l’80%. Appartiene alla vera élite russa, provenendo dalle file del kgb. Putin afferma che il liberalismo è superato davanti a uno dei più autorevoli rappresentanti della cultura liberale occidentale che rinuncia a sollevare le contraddizioni del suo pensiero, abdica alla funzione di difesa del nostro sistema democratico, dello Stato di diritto. Ecco in quelle poche righe si possono trovare i segni della crisi e dell’intelligente, cinica e spregiudicata politica di nuovi leader che usano quella crisi per il loro successo di popolo. Parliamo di una crisi profonda, della rottura del rapporto tra élite e popolo, della fiducia nel sapere, nell’esperienza, nella competenza. Ed è una crisi non solo italiana ma che investe tutto il mondo occidentale. È una crisi che ha radici lontane, e che più di recente emerge prepotentemente come fenomeno politico. Il fatto che leader populisti si affermino alle elezioni negli ultimi anni non vuol dire certo che la fiducia verso le élite non sia stata progressivamente logorata da un fenomeno iniziato in tempi più lontani. Trump vince le elezioni negli Stati Uniti, presentandosi di fatto fuori dal sistema dei partiti, perché sa cogliere il malessere del popolo americano generato dalla retorica del politicamente corretto di Obama, dal suo interesse esclusivo per il «nuovo» delle concentrazioni metropolitane e dal suo disinteresse per le grandi aree periferiche, dai fallimenti della sua politica estera.

E i gravi errori dei deboli leader europei nell’aver evitato di creare le condizioni perché l’Europa potesse essere forte di fronte ai grandi eventi del nostro secolo, dall’immigrazione alla rivoluzione digitale, dalla radicalizzazione dell’Islam politico alla globalizzazione finanziaria e industriale, hanno generato leadership senza idee, senza visione, senza amore per il nostro futuro. E, proprio per questo, capaci di sfruttare appieno le fratture del nostro mondo, offrendo soluzioni che non hanno alcuna possibilità di reggere alla prova del tempo. Di fronte a questa situazione che sta generando continui terremoti nelle nostre istituzioni democratiche e che sta mettendo a rischio la stessa sopravvivenza del nostro continente ci sono tre differenti modi di reagire.

La peggiore delle reazioni al populismo è l’antipopulismo. Un’affermazione autoreferenziale delle élite in declino, che si aggrappano a valori astratti per sopravvivere a un altro turno elettorale. Sono le élite che accusano i populisti di fascismo, li dipingono come un pericolo per la democrazia, che affermano il primato della loro competenza sull’ignoranza e inesperienza dei nuovi politici emergenti. Sono le élite che nei loro salotti, ormai poco frequentati, emettono gemiti di disapprovazione. E cercano di contrapporre alla micidiale e spietata comunicazione populista solo prediche buoniste riaffermando i principi dell’accoglienza, del multiculturalismo, della globalizzazione, dell’antifascismo. Poi c’è la reazione, chiamiamola così, del senso di colpa elitario: abbiamo sbagliato noi! Non ci siamo accorti che le persone sono più povere, che la trasformazione digitale avrebbe portato tanti a perdere il posto di lavoro, che l’immigrazione non è stata capita e governata, che abbiamo ecceduto nel liberismo sfrenato e allora dobbiamo fare le stesse politiche proposte dai populisti, ma noi siamo colti e le facciamo sicuramente meglio. Portiamo la giacca e la cravatta e usiamo bene il condizionale. E allora più spesa pubblica, basta rigore di bilancio, tassiamo Google, le rendite finanziarie e il patrimonio. Non sanno minimamente come affrontare i problemi ma intanto «ascoltano». Grandi campagne di «ascolto» per far credere che sono più vicini alla gente. Sperando di sopravvivere. Rinunciano al ruolo di guida ma non allo strapuntino del potere. Tanto, prima o poi anche i populisti deluderanno il popolo e allora ci sarà di nuovo bisogno di loro.

Il lavoro che troviamo in queste pagine invece, a mio avviso, è la reazione più seria. La reazione di chi cerca di capire perché. Cosa è successo, quando è successo che le élite hanno perso la capacità di comprendere il loro popolo? Quando hanno perso la capacità di proteggerlo, di rassicurarlo? Quando hanno rinunciato al loro ruolo? Quale debolezza culturale ed etica gli ha fatto assecondare qualunque fenomeno contrario ai propri valori? Quando hanno abdicato al loro ruolo guida, quando hanno assecondato processi culturali che, in nome di una grande rivoluzione, annullavano l’utilità della competenza, lo stesso valore originale di ciascuna persona per poter sopravvivere, mediocri in un mondo mediocre? Capire, infatti, è il primo passo di un lungo cammino necessario a ricostruire il rapporto di fiducia tra popolo ed élite.

Il confronto organizzato dall’Associazione Amici di Marco Biagi ha offerto importanti contributi al lavoro di ricerca delle cause andando sino in fondo alle ragioni dei momenti più critici della storia del nostro paese. Si è così arrivati alle radici più profonde della nostra crisi, a partire dalla fine degli anni sessanta e dalla cedevolezza della cultura cristiana e riformista all’egemonia di élite alto-borghesi, minoritarie, anti-sistema. E così si è ridimensionato il ruolo della famiglia, è stata distrutta la scuola italiana, le politiche del lavoro sono state scritte solo per i garantiti, i sistemi di welfare sono stati interamente posti a carico dello Stato, si è semplicisticamente aggiunta l’enorme inefficiente infrastruttura legislativa regionale al già pesante sedimento regolatorio centrale. Su questa «cultura» si sono appoggiati non a caso i vizi del nostro sistema giudiziario e dell’informazione. Sono infatti degli anni settanta le politiche che hanno cominciato a minare il nostro Stato di diritto e i fondamentali della nostra vitalità economica e sociale. Si produce lì il primo duro colpo all’etica della responsabilità.

È lì che l’élite culturale autoreferenziale ha iniziato a generare le dinamiche che con sempre maggior evidenza hanno messo in discussione il benessere del nostro ceto medio conquistato negli anni della ricostruzione e dello sviluppo industriale. Essa ha difeso il proprio ruolo, non ha accettato il rischio e la concorrenza, ha preferito un paese che arretrava dal punto della grande competizione internazionale pur di conservare il proprio status. Un paese sempre più piccolo per una classe dirigente statica che ha rinunciato alla responsabilità della funzione di guida, ha perfino accettato qualunque misura che ne limitasse la discrezionalità pur di conservare il proprio ruolo. Pensiamo allo status degli insegnati, fino agli anni sessanta élite nelle nostre società, poi piegati a una logica sindacale che li voleva «proletarizzati», impoveriti, ammassati in graduatorie e sedi senza nessun valore per il merito. Così anche la scuola ha perso ogni sua capacità di scoprire le energie positive, le vocazioni presenti in ciascun giovane, livellando un insegnamento sempre più squalificato. Generando sfiducia nella funzione educativa e devastando il rapporto genitori-insegnanti. Pensiamo alla dirigenza pubblica, sottoposta a una costante umiliazione, soffocata da sistemi di controllo ostili, procedure assurde, norme confuse e contraddittorie. Fino ai tetti agli stipendi, alla retribuzione variabile uguale per tutti che umilia le professionalità, a legislazioni e regolamenti costruiti sul sospetto della corruzione fino agli agenti provocatori sotto copertura. Piena responsabilità sugli atti, ma nessuna discrezionalità, nessuna autonomia. I dirigenti pubblici hanno assistito muti al dilagare delle indagini sull’abuso di ufficio, la vera minaccia in capo a ogni funzionario o amministratore. Aumentando così la sfiduci delle persone verso qualunque funzione pubblica.

Pensiamo al sistema di giustizia che si è sottratto a ogni responsabilità, chiuso in una logica autoreferenziale dove la pubblica accusa e la magistratura giudicante sono legate da intrecci personali, politici e di carriera perversi, che hanno soffocato qualunque parvenza di terzietà, e che, con la finta eliminazione di qualunque discrezionalità insita nell’obbligatorietà dell’azione penale, hanno di fatto protetto il loro potere di scelta insindacabile, sottratto a qualunque valutazione democratica. Generando un diffuso e giustificato clima di sfiducia nel nostro sistema giudiziario. Pensiamo a quegli imprenditori e manager che troppo spesso hanno guardato alla propria azienda e ai risultati di breve periodo con atteggiamenti opportunistici sperando di sopravvivere al declino economico e competitivo del paese. Una visione dello status quo da preservare, timorosa di ogni vero e profondo cambiamento. Imprenditori che non hanno cercato di generare nuovo mercato. Hanno avuto timore di una domanda pubblica differente che li costringesse a qualificare la propria offerta; della rinuncia agli incentivi in cambio di sistemi trasparenti e automatici di vantaggio fiscale dei quali potessero beneficiare tutti, anche i concorrenti; di metter in discussione le comode regole contrattuali centralizzate e omologate per non faticare con accordi in azienda legati alla produttività effettiva; delle ipotesi di taglio della spesa pubblica, premessa necessaria per la rivoluzione fiscale tanto evocata; delle riforme pensionistiche per poter scaricare sul debito pubblico il costo delle ristrutturazioni industriali; di ogni legittima contestazione del sistema giudiziario anche quando decimava le attività economiche del paese. Aumentando così la diffidenza verso una classe imprenditoriale isolata e autoriferita.

Pensiamo ai giornalisti, molti asserviti al mainstream culturale o agli editori in pieno conflitto di interesse. Travolti dal web, hanno perso capacità di indagine e di inchiesta. Hanno smarrito il ruolo di critica verso il potere e di guida culturale. Impegnati a pubblicare intercettazioni, retroscena, veline distribuite dalle procure. Con titoli urlati, sempre più lontani dal contenuto dell’articolo e linguaggi sempre più degradati sperando di compiacerei lettori e mettersi al riparo. Con attacchi alle «caste» e al sistema politico, per poi scandalizzarsi del successo dei partiti anti-sistema. Generando così sempre più diffidenza verso l’informazione dei media tradizionali e riversando sui social la domanda di informazione, con tutte le evidenti conseguenze dal punto di vista della qualità e dei rischi di manipolazione. Ricostruire la fiducia verso il merito e la competenza vuol dire mettere davvero alla prova merito e competenza. Vuol dire riscoprire i valori dello Stato di diritto, difendere le prerogative di una nazione che è forte se lo è nelle sue persone che si fanno società e nella sua flessibile capacità di innovare.

Stefano Parisi

Past president Associazione Amici di Marco Biagi

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