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Idee / In primo piano

Quella innovazione che manca alle politiche per la immigrazione

Quella innovazione che manca alle politiche per la immigrazione
Il IX Rapporto sugli stranieri nel mercato del lavoro in Italia realizzato dal Ministero del lavoro e delle Politiche sociali rappresenta una scadenza importante per la finalità di aggiornare la lettura dei flussi migratori in Italia e le caratteristiche della presenza degli immigrati nel nostro mercato del lavoro.

Il rapporto viene elaborato sulla base dei dati provenienti da 7 fonti statistiche nazionali e internazionali, che consentono di valutare, con delle comparazioni tra le tendenze in atto nei paesi sviluppati, le evoluzioni demografiche, della popolazione attiva, degli indicatori di reddito e di sostenibilità sociale della popolazione immigrata residente in Italia, nella doppia fattispecie dei cittadini provenienti da altri Paesi aderenti alla UE ed extracomunitari. Un approfondimento di grande rilievo del Rapporto annuale è rappresentato dai compendi statistici contenuti nei rapporti sulle singole comunità di origine, pubblicati a distanza di qualche mese.

Flussi migratori in forte contrazione: le peculiarità del caso italiano. Se nel primo decennio del Ventunesimo secolo la media annuale dei nuovi ingressi è quantificabile in circa 450 mila unità, negli anni successivi si è registrata una progressiva diminuzione dei nuovi flussi, contenuta sino al 2012 dagli effetti di trascinamento delle sanatorie riservate agli immigrati irregolari, per arrivare al minimo storico di incremento di poco inferiore alle 100 mila nel corso del 2017.

L’incremento dell’ultimo anno, per la prima volta da decenni a questa parte, non ha compensato la diminuzione della popolazione autoctona (-203 mila). Nonostante la forte diminuzione dei flussi annuali, il 4 per mille sulla popolazione residente rispetto all’8 per mille della media dei paesi Ocse (2016), il nostro Paese rimane in termini di popolazione assoluta il terzo nella Ue per numero di immigrati (5,144 milioni). Il quinto considerando le persone nate all’estero. Dato quest’ultimo che ricomprende anche le nuove cittadinanze italiane rilasciate agli immigrati, che si sono attestate su una media annuale di poco inferiore alle 200 mila unità (per un complessivo di circa 800 mila acquisizioni), con un particolare impatto nelle comunità di origine che risiedono in Italia da più tempo.

Gli effetti della crisi economica hanno pesato anche sugli aspetti qualitativi dei nuovi flussi di ingresso, con un crollo dei permessi di soggiorno collegati ai motivi di lavoro (il 3% sul totale rispetto alla media dell’8% dei paesi Ocse), e una predominanza dei nuovi ingressi legati ai ricongiungimenti familiari che rappresentano attualmente circa la metà dei nuovi ingressi. La rimanente quota dei permessi di soggiorno si suddivide tra motivazioni di carattere umanitario (17%) e ingressi collegati alla libera circolazione dei cittadini comunitari (30%), con valori in linea con la media dei paesi Ocse.

Secondo una diversa classificazione operata dall’Istat sui 263 mila nuovi permessi di soggiorno rilasciati nel 2017 ai cittadini extracomunitari, che non considerano i numeri legati alla libera circolazione, quelli per motivi familiari rappresenterebbero il 43% sul totale, mentre un notevole incremento viene registrato per i permessi umanitari in relazione all’aumento delle richieste di protezione internazionale.

Il forte incremento dei permessi di soggiorno per motivi umanitari nei paesi Europei negli anni che vanno da 2014 al 2017, circa 1,6 milioni (4 volte superiore al quadriennio precedente) ha avuto un impatto limitato sulla forza lavoro dei paesi medesimi (circa lo 0,25%). Un impatto persino più contenuto si rileva nel caso dell’Italia (0,18%), probabilmente da mettere in relazione con il fenomeno della fuoriuscita verso altri paesi aderenti alla UE di una notevole parte degli immigrati sbarcati irregolarmente, oltre 600 mila, sulle coste italiane.

Le differenze con gli altri Paesi Ocse si accentuano se si considerano i livelli di istruzione degli immigrati residenti in età lavorativa. Quelli che non superano la scuola secondaria inferiore rappresentano in Italia quasi la metà dell’intera popolazione, rispetto al quarto della media Ocse. Mentre è estremamente contenuta la quota degli immigrati con livelli alti di istruzione, il 12,6% rispetto al 37% della media Ocse.

Distanza tra l’Italia e il resto degli altri paesi si riscontrano anche in relazione al valore dei tassi di occupazione dei lavoratori immigrati (60% vs. 67% della media Ocse) e di disoccupazione (14,2% vs. 9,5% sempre della media OCSE). Nonostante ciò l’Italia si trova nella singolare condizione di essere uno dei pochi paesi Ocse che registrano un tasso di occupazione degli immigrati superiore a quello dei lavoratori autoctoni.

Un altro dato di rilievo è la quota dei lavoratori occupati in mansioni di medo-bassa qualificazione: l’86% rispetto al 65% della media Ocse (e del 26% superiore a quella dei lavoratori italiani).

La scarsa attrattività del nostro mercato del lavoro trova un significativo compendio nella incapacità di attrarre studenti nei percorsi di studio di elevata formazione e qualificazione. I 3,3 milioni di studenti stranieri iscritti alle università dei Paesi Ocse, rappresentano il 9% di tutti gli studenti iscritti nelle università, il 14% dei partecipanti ai master, il 24% dei dottorandi. Una media che nel nostro Paese si riduce al 5% nei tre ambiti richiamati.

La concentrazione degli immigrati nelle mansioni poco qualificate si riflette anche nelle dinamiche di reddito complessive e sulla efficacia delle politiche di integrazione. L’Italia si colloca, insieme alla Grecia e alla Spagna, tra i paesi di coda per gli indici di povertà relativa: il 38% sul totale della popolazione residente immigrata, pari al doppio di quella dei nativi.

In buona sostanza le comparazioni effettuate in sede Ocse rendono evidente la crisi di un modello di attrazione italiano fondato sulla esigenza di soddisfare una domanda di lavoro con bassa qualificazione, che nel tempo comporta disagi profondi anche per le stesse comunità di migranti residenti.

L’evoluzione demografica e dei flussi migratori. Dei 5,144 milioni di immigrati regolarmente residenti al 1 gennaio 2018, 3,8mln provengono da paesi extracomunitari, un dato sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente, ma in diminuzione di 215 mila unità rispetto al gennaio 2016, anche per effetto del concomitante riconoscimento della cittadinanza italiana per oltre 350 mila ex cittadini stranieri. Il 61% dei cittadini extracomunitari è lungo soggiornante.

La quota dei cittadini comunitari residenti è essenzialmente concentrata nella comunità rumena (1,170 mln). Diversamente i residenti extracomunitari si distribuiscono su un numero elevatissimo di comunità di origine, 15 delle quali con quote superiori o vicine alle 100 mila unità. Africa, Asia e paesi Balcanici e dell’Europa orientale rappresentano tre aggregazioni stimate intorno al 30%, con una quota residuale del 10% proveniente dalle Americhe. Le prime tre comunità nazionali di origine sono stabilmente la albanese (440ml), la marocchina (417ml) e la cinese (291ml). Negli anni recenti sono le comunità asiatiche e soprattutto quelle dei paesi del centro-africa a caratterizzare i nuovi flussi di ingresso.

Un complesso numeroso di comunità, caso unico nel contesto internazionale, che evidenzia identità culturali, religiose e sociali estremamente differenziate nel modo di concepire i rapporti: tra stato e religione, tra uomini e donne, tra genitori e figli. Differenze che complicano notevolmente i processi di integrazione e che si riflettono, anche nelle dinamiche del mercato del lavoro.

L’impatto nel mercato del lavoro. Nel 2018 la popolazione straniera in età di lavoro (ovvero tra i 15 e 64 anni) era costituita da 3,950 milioni di individui, distribuiti tra 2,5 mln di occupati, 399 ml in cerca di lavoro, 1,137 mln inattivi. Rispetto all’anno precedente la quota degli occupati sul totale rimane stabile al 10,5% sul totale degli occupati, con leggere variazioni positive per il numero degli occupati (+33ml), delle persone in cerca di lavoro (-6ml) e di quelle inattive (-12ml). Tendenze in linea con la crescita complessiva degli occupati (+191 ml ), la diminuzione delle persone in cerca di lavoro (-151ml ) e di quelle inattive(-125ml).

Nell’ambito dei cittadini stranieri gli andamenti positivi sono attribuibili essenzialmente alla componente dei lavoratori extracomunitari. Dal 2014 gli indicatori positivi del mercato del lavoro vedono sostanzialmente allineate le tendenze dei lavoratori autoctoni e immigrati, con un recupero di oltre 3 punti percentuali sul tasso di occupazione, e una analoga diminuzione di quello delle persone in cerca di lavoro.

Si tratta di una rilevante inversione di tendenza rispetto a quanto si era verificato nei lunghi anni della crisi economica (2008 -2014) laddove, a fronte di un crollo degli occupati autoctoni, circa 1,4 milioni, la presenza degli immigrati nel nostro mercato del lavoro era aumentata di circa 600 mila unità.

Un caso unico nel panorama dei paesi sviluppati. Un aumento in buona parte attribuibile alla crescita delle lavoratrici domestiche e che ha rafforzato la componente femminile immigrata sino a renderla quasi equivalente alla maschile.

Dinamiche che hanno influenzato in modo rilevante le trasformazioni del mercato nel decennio recente. Il rapporto annuale sul mercato del lavoro in Italia 2018, coordinato tra Istat, Anpal e Inps, analizza in profondità queste dinamiche: un forte incremento dell’occupazione nei comparti dei servizi con particolare rilievo per quelli dei servizi alla persona e l’alberghiero ristorazione (+748ml) , degli occupati nelle basse qualifiche (+ 478ml), un aumento esponenziale del part time involontario (+1,430mln), e con la formazione di una quota di lavoratori sotto occupati stimata intorno al 5% degli occupati totali.

Tendenze che si concretizzano soprattutto nei settori che registrano una elevata incidenza di lavoratori immigrati. Tutto questo in concomitanza con una crescita rilevantissima delle persone in cerca di lavoro, attualmente 2,6 mln, delle persone inattive che dichiarano di essere disponibili a lavorare a determinate condizioni, potenzialmente altre 3mln secondo il rapporto richiamato, e che ricomprendono al loro interno circa 2mln di giovani che non studiano e non lavorano (i cosiddetti Neet).

Come sottolineato in precedenza, il nostro mercato del lavoro continua a distinguersi per il tasso di occupazione dei lavoratori stranieri che si mantiene costantemente più elevato di quello dei lavoratori autoctoni, il 63,5% per la componente UE e il 60,1% per quella extracomunitaria rispetto al 58,2% degli italiani. Mentre quello delle persone in cerca di lavoro, all’opposto, rimane costantemente più alto rispetto a quello dei cittadini italiani, di poco superiore al 14% rispetto al 10,2%.

La crisi economica ha modificato in profondità le caratteristiche della presenza degli immigrati nel nostro mercato del lavoro, accentuando altresì i differenziali salariali delle retribuzioni inferiori nei settori che hanno generato nuova occupazione, acuendo il fenomeno della concentrazione della presenza nelle basse qualifiche, riducendo il numero medio delle ore lavorate pro capite.

Il profilo del tipico lavoratore immigrato si conferma: – concentrato territorialmente (circa il 60% lavora nelle regioni del Nord Italia);

-giovane, con una più elevata concentrazione nelle classi di età under 35 e under 45, rispettivamente il 30% e il 34% rispetto al 21% e 25% degli italiani;

– dipendente e di qualifica operaia , rispettivamente 87% e il 75% rispetto al 75% e 31% degli italiani;

– con una elevatissima presenza , sul totale degli occupati specifici, nei settori : dei servizi collettivi e alle persone ( il 36% con una punta dell’80% per il lavoro domestico); dell’agricoltura ( 17,9%) , degli alberghi e ristoranti (17,9%); delle costruzioni ( 17,2%). Nel complesso di questi settori si concentra oltre la metà degli occupati immigrati. Percentuali inferiori alla media, ma con valori elevati di occupati si registrano nell’industria (438ml), nel commercio (250ml), nei servizi alle imprese (180 ml);

– numeri destinati ad incrementare nel tempo l’incidenza degli immigrati nel mercato del lavoro italiano. Questa ultima affermazione diventa ancora più comprensibile se si analizzano i dati rilasciati al sistema delle Comunicazioni Obbligatorie dai datori di lavoro sulle attivazioni dei nuovi rapporti di lavoro.

Nel corso del 2018 il 19% delle assunzioni ha riguardato persone di origine straniera, 2,207 mln su un totale di 11,359 mln, un terzo delle quali rivolte a cittadini comunitari, con un incremento medio del 10% rispetto all’anno precedente. Una incidenza che assume valori rilevantissimi nei settori: dell’agricoltura (37%), delle costruzioni (23,5%), dell’industria (20,5) dei servizi (15,6%). Si tratta di percentuiali molto al di sopra della quota di partecipazione sul totale degli occupati evidenziata in precedenza.

Significativo il fatto che tale incremento sia concentrato essenzialmente sulla componente extracomunitaria (+10%). Questa dinamica si mantiene costante nei 4 anni recenti riducendo al 33% l’incidenza delle attivazioni che hanno riguardato lavoratori comunitari: una quota che negli anni della crisi economica si manteneva stabilmente intorno al 40%. La riduzione va collegata anche alla significativa ripresa del mercato del lavoro della Romania che ha comportato una riduzione dei lavoratori rumeni migranti. Lavoratori che rimangono comunque una componente rilevantissima del nostro mercato del lavoro soprattutto nel settore delle costruzioni e nel lavoro stagionale.

L’analisi dà evidenza anche delle specializzazioni produttive che caratterizzano le singole comunità di origine: Filippine, Ucraine, Moldave, Peruviane con quote vicino al 90% nei servizi alle persone; il 60% degli indiani in agricoltura, il 41% dei cinesi nell’industria, per citare alcuni esempi.

L’incremento dei contratti attivati per i lavoratori extracomunitari è relazionato nella sua totalità ai contratti a tempo determinato (+ 13,9%) oltre la metà dei quali della durata inferiore ai tre mesi. Nel mentre aumentano del 10% quelli a tempo indeterminato per i lavoratori italiani. Dato influenzato dalla rilevante quota di contratti a termine trasformati in tempo indeterminato usufruendo degli sgravi contributivi previsti dalla legge.

Tuttavia, sul totale delle attivazioni, la quota dei contratti a tempo indeterminato per i lavoratori extracomunitari e neocomunitari rimane largamente superiore a quella registrata per quelli autoctoni (il 24,5% e il 17,1% rispetto al 12,5%). Una differenza motivata dalla elevata incidenza di questa tipologia di contratto nei servizi alle persone e nei lavori esecutivi disagiati e faticosi nei settori delle costruzioni, delle pulizie, dei trasporti e della logistica, nella manifattura.

I riflessi sui redditi degli immigrati e nelle singole comunità di origine. L’impatto delle dinamiche della popolazione e del mercato del lavoro che abbiamo descritto, hanno comportato conseguenze rilevanti sui redditi delle persone e dei nuclei familiari.

Negli anni della crisi economica, con effetti che perdurano anche in quelli recenti, si è verificato un aumento esponenziale dei cittadini in condizione di povertà assoluta che coinvolge 5 mln di persone e 1,8 mln di nuclei familiari. Come rilevato nelle indagini Istat, gli immigrati in questa condizione rappresentano il 30% delle persone e il 28% dei i nuclei familiari composti da soli stranieri, rispetto al 6% e 5,3% di quelli formati da cittadini italiani. Sommando a questa rilevazione la quota delle persone esposte al forte rischio di impoverimento, tale incidenza supera i 2/3 sul complesso degli immigrati regolarmente residenti.

Di particolare rilievo il fatto che una quota significativa di questi nuclei riguardi quelli con la presenza di lavoratori occupati, il 25,5%, o in cerca di occupazione, il 51%. Incidenze che per le famiglie italiane interessate si riducono significativamente al 3,5% per gli occupati e al 22% per quelli disoccupati.

Data la forte concentrazione nelle regioni del Nord, si può affermare che l’incremento della povertà assoluta in queste aree sia dovuto essenzialmente alla quota dei nuclei composti da soli immigrati.

L’impatto della povertà assoluta sulle singole comunità di origine risente delle specifiche condizioni occupazionali e del tasso di inattività delle stesse. Sono particolarmente esposte quelle caratterizzate da un tasso di occupazione molto al di sotto della media, concentrato sulla componente maschile, e da un elevato tasso di inattività delle donne. Condizioni che investono particolarmente le comunità: marocchina (45% tasso di occupazione e 41% di inattività); tunisina (51% e 36%); pakistana (51% e 39%); albanese (54% e 34%); indiana (56% e 37%).

Sul versante opposto si ritrovano invece le comunità che registrano elevatissimi tassi di occupazione caratterizzati dalla forte componente femminile: quella filippina (82% tasso di occupazione e 14,5% di inattività); cinese (77% e 20%); peruviana (71% e 20%); srilankese (70% e 21%); ucraina (68% e 22%); moldava (67% e 21%). Differenze che riflettono indubbiamente anche le caratteristiche culturali e religiose delle singole comunità, e che si riflettono sulla condizione delle donne nel mercato del lavoro. Tema che viene analizzato in profondità nel rapporto redatto dal ministero del lavoro.

Considerazioni finali. L’analisi, confortata da un cospicua documentazione, consente di trarre alcune valutazioni generali sulle condizioni e sulle prospettive della immigrazione nel nostro contesto nazionale. Una prima considerazione va fatta relativamente alla sostenibilità delle nostre politiche migratorie.

L’Italia si conferma un Paese che attrae una immigrazione qualitativamente povera, per attività lavorative di bassa qualificazione e con bassi salari. Ma tale condizione viene aggravata dall’arresto della mobilità economica e sociale delle persone e delle famiglie immigrate, che pone serie problematiche di sostentamento per una parte rilevante dei nuclei familiari coinvolti. Particolarmente esposti sono i nuclei di origine extracomunitaria e con un unico reddito da lavoro proveniente dalla componente maschile.

Le analisi sull’andamento del mercato del lavoro confermano queste criticità: la forte riduzione degli orari medi lavorati, l’aumento dei part time, l’accentuazione del numero degli occupati nelle basse qualifiche, la forte incidenza della sotto-occupazione e del lavoro sommerso che sono particolarmente rilevanti nei settori che registrano una rilevantissima presenza di lavoratori immigrati. Non è affatto azzardato affermare che l’insieme di questi fattori stia producendo degli effetti non marginali sulle statistiche che evidenziano la bassa dinamica della produttività e dei salari del nostro sistema produttivo.

E’ francamente scandaloso che queste criticità siano del tutto trascurate nel dibattito pubblico, attardato su analisi retrive sui fabbisogni di nuovi immigrati per rimediare le carenze demografiche, ovvero per soddisfare una domanda di lavoro che gli italiani non vogliono svolgere, su improbabili analisi dei costi benefici della immigrazione, quando i numeri rendono evidente che nel nostro mercato si è formata una grande bolla di persone in cerca di lavoro, e con bassa qualificazione, che fatica a trovare un lavoro dignitoso. In queste condizioni una ulteriore iniezione di quote di immigrati a bassa qualificazione nel nostro mercato del lavoro rappresenterebbe una autentica iattura per la condizione degli immigrati già residenti.

Diversamente sarebbe necessario adottare misure rivolte a migliorare la qualità delle produzioni e dei servizi nei segmenti della nostra economia e del mercato del lavoro che rimangono attardati sullo sfruttamento inaccettabile di questi lavoratori.

Sul versante opposto il nostro mercato del lavoro continua a rivelarsi poco attrattivo per le qualifiche elevate, per un complesso di motivi legati soprattutto alla scarsa utilizzazione delle nuove tecnologie in molti ambiti di attività e per le criticità che permangono nel collegamento tra i percorsi formativi e il mercato del lavoro.

Di conseguenza la riflessione va spostata sulle politiche di integrazione, in particolare quelle attive del lavoro, volte a favorire la ripresa della mobilità economica e sociale delle persone e dei nuclei familiari residenti.

Il fatto che la stragrande maggioranza degli immigrati residenti in condizioni di povertà, o a rischio di diventarlo , siano stati scientemente esclusi dal reddito di cittadinanza e soprattutto dalla partecipazione alle politiche attive del lavoro è inaccettabile.

I numeri ci dicono che le potenzialità di crescita professionale economica e sociale della popolazione immigrata residente sono elevatissime, ma le politiche per l’integrazione devono essere mirate alla specificità delle diverse popolazioni, e ad affrontare in particolare il tema della condizione femminile, che è particolarmente esposto in alcune comunità di origine.

Nel complesso le nostre politiche per l’immigrazione utilizzano paradigmi che hanno poco a che fare con la realtà, prive di analisi adeguate sulla natura dei fl Se qualcuno si era illuso che i buoni propositi di lotta alla evasione fiscale fossero supportati da idee più evolute sul come contrastare, con le tecnologie e le informazioni, il fenomeno, può facilmente ricredersi. ussi migratori e sui nuovi fabbisogni di intervento. Possiamo tranquillamente affermare che i numeri ci dicono che nel nostro paese si è esaurito un ciclo di politiche per l’immigrazione, ma che nel contempo non si intravede uno sforzo significativo per innovarle.

NATALE FORLANI è stato Direttore generale della Direzione dell’Immigrazione presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali.

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