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Cultura

PRIVATIZZARE LA CULTURA? MA ANCHE SÌ

PRIVATIZZARE LA CULTURA? MA ANCHE SÌ

Quando salite in macchina, vi sentite in ansia perché l’ha costruita un’azienda privata? Quando andate al cinema inorridite al pensiero che il film della Walt Disney che state vedendo è stato pagato da un produttore privato e proiettato in un multisala privato?

E ancora: “Trovate preoccupante che Dante, Omero, Shakespeare, Leopardi, D’Annunzio, Calvino, non siano tutelati da un ente pubblico ma siano diffusi, pubblicati, ripubblicati da industrie editoriali private come Mondadori, Garzanti, Rizzoli?” È il gemello diverso, diversissimo, di Tommaso Montanari, nel senso che anche lui è storico dell’arte e non è uno che le manda a dire, ma a differenza della superstar del ceto medio riflessivo, Luca Nannipieri afferma che la sola via per salvare il patrimonio artistico nazionale è la vendita del Colosseo. Venderlo, non al babau George Soros della congrega demoplutomassonica, ma a quei privati che sono i cittadini, “[…] noi che, per vivere, per guadagnare, per crescere i figli, per migliorare i luoghi in cui viviamo, ci riuniamo in associazioni, cooperative, aziende, srl, spa, fondazioni, consorzi. [Perché] i privati siamo noi“. L’idea di fondo è che, per tutelare e mettere a profitto la cultura in Italia non serva un organismo superiore che detti regole e condizioni (leggi: lo Stato), ma le persone in carne e ossa con i loro desideri e le loro passioni, che attraverso libere aggregazioni (associazioni, comitati, aziende, cooperative, fondazioni, spa) determinano la conservazione, la riqualificazione e la vita stessa di quanto viene gestito privatamente, a vantaggio non solo del patrimonio culturale ma delle comunità stesse così operanti. Perché quelli che Robert Nozick chiamava “atti capitalistici fra adulti consenzienti” devono avvenire in tutte le attività, anche quelle connesse al patrimonio artistico. Solo così bellezze e beni culturali sono conservati e gestiti al meglio: autonomamente dallo Stato afficnhé “[…] la molteplicità e la diversità degli uomini […] possano condividere il luoghi d’arte  e le bellezze senza avere ripetutamente un Padre etico che detta loro limiti, costrizioni e indirizzi“. E come ci si arriva? Per passi, precisamente sette, sette piccoli passi per un uomo e un grande balzo per l’umanità, per chiosare Neil Armostrong: primo, superare l’ideologia dello Stato nell’arte, obiettivo raggiungibile a partire dall’istruzione. E poi: abolire le sovrintendenze (le stesse che ficcano il naso nella tua masseria quando decidi di spostare il tuo quadro dell’Ottocento), massimizzare il ruolo delle comunità territoriali (perché loro sanno bene cosa sia un patrimonio da tutelare e mettere a profitto e cosa no). E infine: limiti ai finanziamenti garantiti per qualunque cosa che sia cultura (il che è un paradosso, in un Paese che da sempre destina il meno del minimo a tale settore), perché, per dirla con Nannipieri, “profitto significa desiderio“. Sembra il libro dei sogni, in realtà è un piccolo pamphlet che si intitola Vendiamo il Colosseo. Perché privatizzare il patrimonio artistico è il solo modo di salvarlo, potrebbe essere la base “ideologica” di quanto detto qui sulla cultura e sarebbe bello agitarlo come il libretto rosso di Mao di un movimento radicale liberale popolare.

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