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Programma / Sicurezza

Islam politico radicale: non sottovalutiamolo

L’islam politico antepone la sharia, la legge coranica, ai principi costituzionali dell’Europa e dei suoi paesi membri.

Islam politico radicale: non sottovalutiamolo

Dare spazio in ambito istituzionale all’Islam politico è un grave errore poiché legittima un soggetto pericolosamente fondamentalista ma che non ha un ruolo rilevante sul complesso della comunità musulmana (in Italia), né influenza rilevabile sui suoi aderenti.

Piuttosto, nelle relazioni con le nostre istituzioni e soprattutto quando si tratta di scendere nell’arena politica, l’identità dei fedeli musulmani – inclusi gli italiani convertiti o le seconde, terze generazioni – così come degli immigrati, dovrebbe essere legata alla sola nazionalità. Con ciò non voglio dire che non si debba dialogare con associazioni o movimenti che rappresentano la comunità islamica – o una sua parte – in quanto realtà religiosa. Tali associazioni non devono però essere investite di un ruolo istituzionale che spesso è contestato anche nei paesi a maggioranza islamica, come nel caso dei Fratelli Musulmani (dichiarati fuori legge in paesi a maggioranza musulmana).

In altri termini, non è quello religioso il piano su cui si deve muovere uno Stato laico per affrontare il problema del radicalismo islamico, bensì quello politico. Spiego l’importanza dell’approccio laico che dovremmo tutti adottare, con un esempio pratico: se noi pensiamo a tutti gli immigrati di religione musulmana come appartenenti a un unico gruppo, senza chiederci a quale confessione, setta, scuola di pensiero appartengano, né da quale nazione provengano, avremo creato una realtà sociale ibrida, eterogenea e non rappresentativa, dove il gruppo etno-religioso predominante parlerà (illegittimamente) a nome di tutti.

Ma un marocchino non ragiona e non vive come un afghano, e l’Egitto non è la Siria. Accomunare tutti sotto il segno dell’Islam porterebbe a una costruzione sociale artificiale molto pericolosa. Senza dimenticare che molti musulmani non sono neppure praticanti.

Dal mio punto di vista, come osservatore e analista di queste realtà, ritengo che l’attuale classe dirigente (non solo italiana) non sia pienamente in grado di comprendere le dinamiche interne al mondo musulmano, e tenda a concedere sempre più spazio a figure non rappresentative, alle quali questo spazio non verrebbe dato neppure nei paesi d’origine. Per questo credo che sia necessario coinvolgere a tutti i livelli – nel campo della sicurezza come nella politica – persone competenti che sappiano cogliere le sfumature e anche i pericoli, per favorire un’inclusione che rappresenti un’opportunità per tutti, e non un’ulteriore preoccupazione.

Dunque no a riconoscimenti ed accordi con le associazioni fondamentaliste che si richiamano, in tutto o in parte, alla “Fratellanza Musulmana” o che ne giustificano i principi oscurantisti poichè quello dei “Fratelli Musulmani” è un movimento politico transnazionale, violento e fascista.

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