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Cultura / Idee

Cultura, Università, Pubblica Amministrazione

Per il rilancio del patrimonio culturale in Italia

Concedere la gestione complessiva della massima parte dei siti culturali italiani a soggetti privati, lucrativi e onlus.

In tal modo si può dare attuazione all’art. 57-bis del Codice dei beni culturali e del paesaggio che prevede la possibilità di concedere l’uso dei beni culturali a terzi mediante concessione, pur mantenendo la proprietà degli stessi beni in capo allo Stato o agli altri enti pubblici territoriali (Regioni, province e comuni).

Lo Stato e gli enti pubblici territoriali non hanno né risorse finanziarie né capacità gestionali tali da riuscire a garantire ottimali livelli di qualità di tutti gli istituti e luoghi della cultura. Lo stato di abbandono di molti luoghi pubblici e lo scarso rendimento economico ne sono la testimonianza. Per questa ragione, ed in attuazione del principio di sussidiarietà orizzontale di cui all’art. 118, comma 4, Cost., è necessario avvalersi della iniziativa di soggetti privati, siano essi imprese che enti non profit, cui concedere la gestione di molti siti culturali pubblici.

Incremento della capacità redditiva del patrimonio culturale.

Rispetto all’asset culturale, il rendimento diretto che deriva dallo sfruttamento del patrimonio culturale è modestissimo. La gestione pubblica del patrimonio culturale è orientata esclusivamente alla fruizione pubblica; tale obiettivo non è mediato da valutazioni aziendalistiche di sostenibilità della spesa e dei suoi ricavi. I ricavi complessivi dei musei statali italiani sono risibili rispetto agli omologhi musei stranieri. Per tale ragione, è necessario introdurre nelle politiche pubbliche una specifica attenzione all’introduzione di criteri aziendalistici nella gestione del patrimonio culturale al fine di monitorarne i costi ed elevare i ricavi.

Tutelare e valorizzare il patrimonio culturale immateriale, attualmente non riconosciuto dalla legislazione italiana.

Feste, riti, lingue, dialetti, fiabe, ricette, se hanno ricevuto un riconoscimento nei trattati internazionali (Convenzione Unesco 2003 sulla salvaguardia del patrimonio culturale immateriale), pur dopo la relativa ratifica della Convenzione avvenuta nel 2007, attendono ancora di trovare un adeguato riconoscimento nella legislazione ordinaria dove il patrimonio culturale materiale è nettamente contrapposto a quello immateriale (v. art. 7-bis, Codice dei beni culturali e del paesaggio). L’assenza di una politica di salvaguardia e valorizzazione nazionale del patrimonio culturale immateriale reca con sé il rischio della perdita della memoria della comunità nazionale e della sua tradizione orale. È giunto il momento di affiancare alla tutela del patrimonio materiale la cura della memoria nazionale.

Per il rilancio dell’università italiana

Università: abolizione del valore legale del titolo di studio.

Le diverse riforme che si sono susseguite negli ultimi anni non hanno mutato l’idea di fondo dell’università, non l’hanno resa più virtuosa e più trasparente.

Nonostante l’introduzione del sistema di abilitazione scientifica nazionale (ASN), ad esempio, le assunzioni di professori universitari avviene ancora con metodi basati sulla cooptazione non sempre associata al merito.
Inoltre, i finanziamenti sono maggiori per le università maggiori dimensioni mentre penalizzano i piccoli atenei.
Il sistema universitario è percepito complessivamente come opaco, inefficiente e povero.

L’unica seria riforma mai tentata dalla classe politica è l’abolizione del valore legale del titolo di studio.
Il valore legale del titolo di studio è lo schermo dietro il quale si consente la sopravvivenza delle università peggiori, sia pubbliche che private ed accreditate (come quelle che erogano corsi universitari on line).

Diversamente, l’abolizione del valore legale del titolo di studio - pur lasciando immutata ogni altra variabile del sistema universitario – consentirebbe di effettuare una selezione virtuosa delle università esclusivamente basata sul merito, sulla capacità dei docenti di attrarre gli studenti, sulla capacità di fare ricerca e di renderla “appetibile” per le imprese e le istituzioni pubbliche. Abolito il valore legale, le università dovranno necessariamente concentrarsi sulla selezione dei migliori docenti, sull’incremento della qualità dei servizi resi agli studenti, posto che costoro non potranno che scegliere l’ateneo dove iscriversi sulla base della capacità di fornire una formazione culturale di eccellenza.

L’abolizione del valore legale del titolo di studio non potrà che creare un sistema di concorrenza sana tra tutti gli atenei, pubblici e privati, finalmente posti su un piano di parità.

Per la riforma della Pubblica Amministrazione

Razionalizzare il sistema di controlli pubblici

È necessario razionalizzare il sistema di organi di controllo sulla qualità della spesa pubblica e dei servizi erogati dalla Pubblica Amministrazione. In tal senso, è necessario procedere al riordino degli organismi di controllo esterno riunendoli in un unico ente pubblico che eserciti le proprie funzioni di audit in posizione di terzietà e di indipendenza, e che sia dotato di poteri ispettivi e sanzionatori diretti nei confronti dei diversi uffici pubblici.

È necessario valorizzare il controllo sulla gestione realizzato dalla Corte dei conti in modo che le indicazioni in termini di efficacia, efficienza ed economicità contenute nei referti di questa possano avere adeguato séguito (c.d. follow-up) sia presso le assemblee elettive che le amministrazioni interessante.

Occorre prevedere una seria politica di potenziamento dei controlli interni delle Amministrazioni pubbliche. Grazie ad un sistema di controlli interni efficaci ed indipendenti è possibile realizzare in via ordinaria risparmi di spesa pubblica senza esser costretti a ricorrere ad operazioni straordinarie di revisione della spesa operate, una tantum, da soggetti che sovente non sono in grado di conoscere la complessità dei problemi delle diverse Amministrazioni pubbliche.

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Attualmente: Coordinatore del gruppo di lavoro_Cultura di Energie PER l'Italia. Curatore di ottanta mostre (aggiornamento dicembre 2016) in gallerie private e autore delle relative pubblicazioni, fra cui una monografia Skira. Articolista de Il Giornale OFF, inserto culturale de Il Giornale (web e cartaceo). Pregresso: Collaboratore di Exibart, Artribune, Espoarte, ArtsLife. Editore di una rivista d’arte, già cartacea e ora online (kritikaonline.com), attualmente conservata al Centre Pompidou e presentata a diverse fiere internazionali d'arte contemporanea. Archivista presso Fondazione Biblioteca di via Senato. Articolista del settimanale Il Domenicale(2005/2006). Promotore editoriale presso Mursia e svariate agenzie di comunicazione -Armando Testa, Saatchi and Saatchi, Loewe Pirella, Leo Burnett et cetera (2007). Assistente personale del gallerista Massimo Carasi (The Flat Massimo Carasi, Milano) e dell'artista Anna Valeria Borsari (Fondazione Ar.Ri.Vi - Archivio Ricerche Visive, Milano). Publiredazionali in agenzia di pubblicità specializzata nel settore librario e bibliotecario (Argentovivo srl, Milano). Archivista presso Biblioteca d'Arte del Castello Sforzesco di Milano (2004) e Ciessevi, Centro Servizi per il Volontariato della provincia di Milano (2003). Laureato in Filosofia, vivo e lavoro a Milano.

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1 Commento su "Cultura, Università, Pubblica Amministrazione"

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Rosso Porpora
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Mi sembra molto interessante la proposta. I beni culturali sono pur sempre “beni” che vanno messi a profitto e, sfruttando il principio della sussidiarietà, potrebbero generare un “volano” per valorizzare realmente quello che viene definito il petrolio dell’Italia.
Il lavoro genera crescita economica e gettito fiscale per lo stato, cioè per i servizi essenziali tra cui c’è anche la cultura.
Bisogna però fare attenzione ai soliti “big” del settore della cultura che monopolizzano il mercato museale e dei beni culturali e traggono solo profitti. Segnalo la vicenda Coop Culture in tal senso.

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